La PMA come opportunità
Parlare della sofferenza legata all’infertilità non significa dimenticare ciò che la Procreazione Medicalmente Assistita rappresenta.
La PMA offre oggi possibilità che, fino a pochi decenni fa, semplicemente non esistevano.
Permette a molte persone e coppie di continuare a perseguire un progetto di genitorialità anche quando il concepimento spontaneo incontra ostacoli importanti.
Nella PMA omologa vengono utilizzati i gameti della coppia.
Nella PMA eterologa il percorso prevede invece l’utilizzo di gameti provenienti da una donatrice e/o da un donatore.
Sono percorsi differenti, che possono porre domande ed esigenze psicologiche differenti.
Soprattutto nel passaggio verso l’eterologa, alcune persone possono aver bisogno di tempo per elaborare la perdita della possibilità di una completa continuità genetica e per costruire progressivamente una nuova rappresentazione della genitorialità.
Questo processo non è uguale per tutti.
Per alcune persone il passaggio può essere relativamente naturale; per altre richiede un’elaborazione più lunga.
Non esiste una reazione “giusta”.
Il compito del sostegno psicologico non è convincere la coppia a procedere, né scoraggiarla.
È creare uno spazio nel quale entrambi possano comprendere cosa quella scelta significhi per loro.
Un percorso fatto di speranza e incertezza
Uno degli aspetti psicologicamente più impegnativi della PMA è la continua oscillazione tra speranza e paura.
Si attende l’esito di un esame.
Si attende una risposta alla stimolazione.
Si attende di sapere quanti ovociti sono stati recuperati, quanti siano maturi, se sia avvenuta la fecondazione, come proceda lo sviluppo embrionale e se sarà possibile effettuare il transfer.
E poi inizia un’altra attesa.
L’attesa del risultato.
Ogni fase può diventare emotivamente enorme perché da un singolo dato sembra dipendere improvvisamente tutto il futuro.
La vita rischia così di organizzarsi intorno a una sequenza continua di:
attesa → speranza → paura → risultato → nuova decisione.
E quando il risultato è negativo, bisogna trovare nuovamente le energie per capire se e come proseguire.
Quando un tentativo fallisce:
non è “soltanto un negativo”
Un trattamento di PMA che non porta alla gravidanza desiderata non rappresenta semplicemente un risultato negativo su un referto.
Una revisione sistematica con meta-analisi ha rilevato un aumento dei sintomi depressivi e ansiosi dopo il fallimento di trattamenti di riproduzione assistita, evidenziando quanto l’esito negativo possa avere un impatto significativo sul benessere psicologico.
Questo aiuta a comprendere perché un risultato negativo possa essere vissuto come una vera esperienza di perdita.
In quel tentativo possono essere stati investiti mesi di preparazione, terapie, procedure mediche, risorse economiche, aspettative e soprattutto una rappresentazione del futuro.
Perdere quel tentativo significa anche dover lasciare andare il futuro che, per un periodo, si era iniziato a immaginare.
E quando i fallimenti si ripetono, al dolore del presente può aggiungersi la memoria di quelli precedenti e la paura di affrontarne un altro.
Possono comparire tristezza, rabbia, senso di ingiustizia, paura di riprovare, desiderio di ricominciare immediatamente oppure bisogno di fermarsi.
Può diventare difficile frequentare persone in gravidanza o famiglie con bambini. Possono comparire invidia, isolamento o la sensazione che la vita degli altri continui mentre la propria sia rimasta sospesa.
Queste reazioni non rappresentano necessariamente una mancanza di resilienza.
Possono essere risposte comprensibili a un’esperienza profondamente desiderata e continuamente incerta.
La resilienza non significa non soffrire
Chi attraversa un percorso di PMA sente spesso di dover essere forte.
“Devo reagire.”
“Devo essere positiva.”
“Devo riuscire a ripartire.”
Ma resilienza non significa attraversare tutto senza soffrire.
Non significa non piangere dopo un fallimento.
Non significa affrontare ogni transfer convinti che questa volta funzionerà.
E non significa essere pronti immediatamente per il tentativo successivo.
Essere resilienti significa poter attraversare anche paura, dolore, rabbia e stanchezza senza perdere completamente la possibilità di orientarsi e scegliere.
A volte resilienza significa riprovare.
Altre volte significa concedersi una pausa.
E in alcuni momenti può significare iniziare a interrogarsi su quale limite si sente di poter sostenere.
Devi pensare positivo”: quando l’incoraggiamento diventa un peso
Chi sta affrontando la PMA riceve spesso messaggi pronunciati con le migliori intenzioni:
“Vedrai che andrà bene.”
“Devi essere positiva.”
“Non pensarci troppo.”
“Se sei così stressata non aiuti il tuo corpo.”
“Non pensare negativo, altrimenti non arriva.”
Il problema è che queste frasi possono trasformare una normale reazione emotiva in un’ulteriore responsabilità.
Alla difficoltà del percorso si aggiunge così un altro pensiero:
“E se la mia ansia facesse fallire tutto?”
È importante distinguere due questioni.
Ansia, stress e sofferenza psicologica meritano attenzione perché possono incidere sul benessere e sulla qualità della vita di chi affronta un percorso già molto impegnativo.
Questo, però, non significa che si possa attribuire alla paura, al pessimismo o ai pensieri negativi la responsabilità di un mancato impianto o di un trattamento fallito.
Una meta-analisi di studi prospettici pubblicata sul British Medical Journal, che ha esaminato il distress emotivo prima del trattamento di riproduzione assistita, non ha trovato evidenze che livelli più elevati di distress emotivo pre-trattamento fossero associati a una minore probabilità di gravidanza.
Non esiste quindi un modo “emotivamente corretto” di affrontare un transfer che garantisca l’impianto o la gravidanza.
Si può avere paura e continuare il percorso.
Si può essere pessimisti dopo numerosi fallimenti.
Si può affrontare un transfer senza riuscire a sentirsi ottimisti.
Si può cercare di proteggersi emotivamente evitando di immaginare immediatamente un risultato positivo.
Il sostegno psicologico non serve a eliminare i pensieri negativi affinché la PMA funzioni.
Serve ad aiutare la persona a tollerare l’incertezza, gestire il carico emotivo e continuare a prendersi cura di sé indipendentemente dall’esito del trattamento.
La psicologia nella PMA non serve a convincere una persona che andrà tutto bene. Serve ad aiutarla a stare dentro l’incertezza quando nessuno può prometterle che andrà bene.
Quando il corpo diventa un progetto medico
Durante la PMA il rapporto con il proprio corpo può cambiare.
Ecografie, prelievi, farmaci, iniezioni, procedure, valori ormonali e appuntamenti possono progressivamente trasformare il corpo in qualcosa da controllare continuamente.
Il ciclo mestruale non è più semplicemente il ciclo.
L’ovulazione non è più soltanto ovulazione.
Ogni sintomo può essere interpretato.
Ogni sensazione può diventare un possibile segnale.
Anche la sessualità della coppia può risentirne.
Ciò che prima apparteneva all’intimità può progressivamente essere associato a giorni fertili, indicazioni mediche, esami e prestazioni.
Il sostegno psicologico può aiutare a mantenere uno spazio nel quale la persona continui a esistere oltre il corpo riproduttivo e la coppia oltre il progetto PMA.
Il sostegno psicologico
fa parte della cura della persona
L’attenzione agli aspetti psicologici non dovrebbe essere considerata un elemento secondario rispetto al trattamento medico dell’infertilità.
La European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE) ha sviluppato specifiche linee guida sulla routine psychosocial care nell’infertilità e nella riproduzione medicalmente assistita.
Le indicazioni ESHRE sottolineano che le esigenze psicologiche e sociali possono cambiare nelle diverse fasi del percorso e che le persone che presentano specifiche vulnerabilità o difficoltà emotive dovrebbero poter accedere a un’assistenza psicologica specialistica.
Questo non significa che tutte le persone che intraprendono una PMA abbiano necessariamente bisogno di una psicoterapia.
Significa riconoscere che il benessere psicologico fa parte della presa in carico complessiva della persona e della coppia.
La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, nelle linee guida pubblicate nel 2025, sottolinea la necessità di garantire un accesso continuativo al supporto psicosociale alle persone che affrontano l’infertilità.
Il sostegno psicologico non è quindi finalizzato a “far funzionare” la PMA attraverso il controllo delle emozioni.
È finalizzato a prendersi cura delle persone mentre affrontano la PMA.
