Negli ultimi anni l’attenzione verso autismo, ADHD e neurodivergenze è aumentata notevolmente.
Questo cambiamento ha prodotto importanti conseguenze positive.
Una maggiore conoscenza ha permesso a molte persone, soprattutto adolescenti e adulti, di iniziare a interrogarsi sul proprio funzionamento e di arrivare a una valutazione dopo anni trascorsi sentendosi “diversi”, in difficoltà o non adeguatamente compresi.
Allo stesso tempo, l’aumento delle diagnosi e la diffusione di contenuti sulle neurodivergenze attraverso social media e altri canali divulgativi possono generare reazioni di segno opposto.
Non è raro sentire affermazioni come:
“Ormai sono tutti autistici.”
“Adesso tutti hanno l’ADHD.”
“È diventata una moda.”
Il rischio di queste affermazioni è quello di sminuire le difficoltà reali delle persone neurodivergenti e mettere in discussione la credibilità di diagnosi formulate attraverso percorsi clinici accurati.
Ma esiste anche il rischio opposto.
Riconoscersi in un video, in un post, in una lista di caratteristiche o nell’esperienza raccontata da un’altra persona può rappresentare l’inizio di una riflessione e può legittimamente portare a chiedere una valutazione.
Non rappresenta, però, una diagnosi.
Caratteristiche come sentirsi diversi, essere molto sensibili ai rumori, avere difficoltà nelle relazioni, procrastinare, avere interessi intensi, essere disorganizzati o sentirsi facilmente sopraffatti possono essere presenti in persone neurodivergenti, ma possono anche avere spiegazioni differenti.
È il significato che queste caratteristiche assumono all’interno dell’intero funzionamento della persona a dover essere valutato.
Tra sottodiagnosi e sovrasemplificazione
Il dibattito sull’aumento delle diagnosi viene spesso ridotto a una domanda:
“Oggi ci sono troppe diagnosi?”
Ritengo che esista una domanda clinicamente molto più utile:
“Stiamo facendo diagnosi accurate?”
Per molto tempo alcune presentazioni delle condizioni del neurosviluppo sono state riconosciute con maggiore difficoltà, soprattutto quando le caratteristiche erano meno immediatamente visibili o quando la persona aveva sviluppato efficaci strategie di adattamento.
Una maggiore conoscenza permette oggi di riconoscere situazioni che in passato potevano non essere individuate.
Ma una maggiore sensibilità diagnostica deve andare di pari passo con maggiore rigore, non con minore rigore.
È quindi necessario riuscire a mantenere contemporaneamente due posizioni:
ascoltare seriamente una persona che porta il dubbio di una neurodivergenza, senza dare automaticamente per certa la diagnosi;
e
valutare seriamente l’ipotesi, senza liquidarla come una moda soltanto perché oggi se ne parla maggiormente.
Una valutazione accurata tutela entrambe le cose.
Tutela le persone realmente neurodivergenti dal rischio di essere nuovamente invalidate, non comprese o non riconosciute.
E tutela il significato stesso della diagnosi dal rischio che diventi un’etichetta generica utilizzata per spiegare qualsiasi caratteristica o difficoltà.
La diagnosi non definisce la persona
Ricevere una diagnosi può avere significati profondamente differenti.
Per alcune persone può rappresentare un importante sollievo:
“Finalmente riesco a dare un senso ad alcune cose della mia vita.”
Per altre può inizialmente generare confusione, rabbia, paura o il bisogno di rileggere molte esperienze passate attraverso una nuova prospettiva.
Per questo la restituzione diagnostica rappresenta una parte fondamentale del percorso.
Non dovrebbe consistere semplicemente nella comunicazione di un’etichetta, ma dovrebbe aiutare la persona a comprendere cosa quella diagnosi significa nel suo specifico funzionamento e cosa, invece, non significa.
Due persone con la stessa diagnosi possono essere profondamente differenti.
La diagnosi dovrebbe essere una mappa utile a comprendere il proprio funzionamento. Non l’identità della persona.
