Neurodivergenze

Negli ultimi anni si parla sempre più frequentemente di neurodiversità e neurodivergenze.

Termini come autismo, ADHD, masking, sovraccarico sensoriale e funzionamento neurodivergente sono progressivamente entrati nel linguaggio comune, permettendo a molte persone di interrogarsi su caratteristiche e difficoltà che, talvolta, le hanno accompagnate per gran parte della vita.

Una maggiore conoscenza rappresenta certamente un’importante opportunità: permette di riconoscere funzionamenti che in passato potevano essere poco compresi, interpretati diversamente o non individuati.

Allo stesso tempo, una maggiore diffusione delle informazioni richiede anche maggiore accuratezza nella valutazione clinica.

Riconoscere e rispettare le neurodivergenze non significa trasformare ogni caratteristica individuale in una diagnosi. Ma non significa neppure sminuire una difficoltà o un funzionamento differente soltanto perché oggi se ne parla maggiormente.

Una maggiore sensibilità diagnostica deve andare di pari passo con maggiore rigore, non con minore rigore.

Neurodiversità e neurodivergenza: sono la stessa cosa?

I termini neurodiversità e neurodivergenza vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma indicano concetti differenti.

La neurodiversità descrive la naturale variabilità dei modi in cui gli esseri umani elaborano informazioni, apprendono, comunicano, prestano attenzione e interagiscono con l’ambiente.

È quindi un concetto che riguarda l’intera popolazione: non esistono soltanto persone “neurodiverse”, perché la neurodiversità descrive la varietà dei funzionamenti umani.

La neurodivergenza, invece, indica un funzionamento che si discosta da quello considerato neurotipico. Persone autistiche o con ADHD, per esempio, possono riconoscersi nel termine neurodivergente.

È importante sottolineare che “neurodivergenza” non rappresenta di per sé una diagnosi clinica.

In un percorso di valutazione psicodiagnostica non si formula quindi una generica “diagnosi di neurodivergenza”: si valuta l’eventuale presenza di specifiche condizioni sulla base della storia evolutiva, delle caratteristiche della persona, del suo funzionamento nei diversi contesti e dei criteri diagnostici di riferimento.

Il paradigma della neurodiversità e la valutazione clinica possono quindi convivere.

Riconoscere e rispettare differenti modi di funzionare non significa ignorare le difficoltà che una persona può incontrare, così come riconoscere una difficoltà non significa considerare l’intera persona come “malata”.

Comprendere il funzionamento, non soltanto cercare un'etichetta

Quando una persona arriva in consultazione chiedendosi se possa essere neurodivergente, la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“C’è o non c’è una diagnosi?”

Una domanda clinicamente più interessante è:

“Come funziona questa persona?”

Come vive le relazioni? Come gestisce le richieste dell’ambiente? Come organizza le proprie attività? Come reagisce agli imprevisti? Quali sono le sue sensibilità? Quali strategie ha sviluppato nel corso della vita? Quali sono le sue risorse e quali situazioni, invece, comportano un maggiore costo emotivo, cognitivo o sensoriale?

Una persona può possedere competenze molto sviluppate in alcuni ambiti e incontrare contemporaneamente difficoltà significative in altri.

Comprendere il funzionamento significa quindi riconoscere sia le risorse sia le vulnerabilità, senza ridurre la persona alla diagnosi.

Autismo: non esiste un unico modo di essere autistici

Il Disturbo dello Spettro Autistico è una condizione del neurosviluppo caratterizzata da differenze persistenti nell’area della comunicazione e dell’interazione sociale e dalla presenza di pattern di comportamento, interessi o attività ristretti o ripetitivi.

Questa definizione diagnostica, tuttavia, non restituisce da sola la grande eterogeneità delle persone nello spettro.

Non esiste un unico modo di essere autistici.

Le caratteristiche possono riguardare, con intensità e combinazioni differenti:

  • la reciprocità nelle interazioni sociali;
  • la comunicazione verbale e non verbale;
  • la comprensione intuitiva di alcune dinamiche sociali;
  • il bisogno di prevedibilità;
  • la gestione dei cambiamenti e degli imprevisti;
  • interessi particolarmente intensi o specifici;
  • comportamenti o modalità ripetitive;
  • sensibilità sensoriali;
  • necessità di recuperare dopo situazioni socialmente o sensorialmente impegnative;
  • difficoltà nella regolazione emotiva.

La presenza di una singola caratteristica, tuttavia, non equivale a una diagnosi di autismo.

È necessario comprendere l’insieme del funzionamento della persona, la sua storia evolutiva e l’impatto delle caratteristiche sulla vita quotidiana.

ADHD: molto più della difficoltà a concentrarsi

Anche l’ADHD – Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività viene talvolta rappresentato in maniera eccessivamente semplice.

ADHD non significa semplicemente “essere distratti”, dimenticare le cose o avere difficoltà a concentrarsi.

La valutazione considera un insieme più ampio di caratteristiche relative all’attenzione e/o all’iperattività e impulsività, la loro presenza nel corso dello sviluppo e il loro impatto sul funzionamento della persona nei differenti contesti di vita.

In adolescenza e in età adulta le difficoltà possono riguardare, per esempio:

  • organizzazione;
  • pianificazione;
  • gestione del tempo;
  • procrastinazione;
  • memoria di lavoro;
  • capacità di iniziare un’attività;
  • capacità di portarla a termine;
  • gestione delle priorità;
  • regolazione dell’attenzione;
  • impulsività;
  • difficoltà nella regolazione emotiva.

Anche in questo caso, però, riconoscersi in alcune caratteristiche non è sufficiente per formulare una diagnosi.

Difficoltà attentive ed esecutive possono essere presenti anche in altre condizioni. Ansia, depressione, trauma, alterazioni del sonno, stress e altre problematiche possono produrre manifestazioni che, almeno superficialmente, possono assomigliare ad alcuni aspetti dell’ADHD.

Per questo è fondamentale una corretta diagnosi differenziale.

La valutazione: non è un test che dice semplicemente “sì” o “no”

Una valutazione delle condizioni del neurosviluppo non dovrebbe ridursi alla somministrazione di un singolo test o questionario.

Gli strumenti psicodiagnostici e le scale standardizzate rappresentano importanti fonti di informazione, ma devono essere inseriti all’interno di una valutazione clinica complessiva.

A seconda dell’età, delle caratteristiche della persona e della domanda clinica, il percorso di valutazione può comprendere:

  • colloqui clinici;
  • raccolta della storia personale ed evolutiva;
  • approfondimento del funzionamento attuale;
  • osservazione clinica;
  • strumenti psicodiagnostici standardizzati;
  • valutazione del funzionamento nei differenti contesti;
  • quando appropriato, raccolta di informazioni da genitori o altre figure significative;
  • approfondimento della storia scolastica;
  • valutazione delle eventuali condizioni psicologiche o psicopatologiche associate;
  • diagnosi differenziale.

L’obiettivo della valutazione non dovrebbe essere “ottenere una diagnosi”, ma arrivare alla spiegazione clinica che descrive nel modo più accurato possibile il funzionamento della persona.

Questo significa anche accettare la possibilità che l’ipotesi iniziale di una condizione del neurosviluppo non venga confermata.

Anche questo rappresenta un risultato clinicamente significativo.

Diagnosi differenziale: perché è così importante?

Uno degli aspetti più delicati della valutazione riguarda la diagnosi differenziale.

Molte manifestazioni psicologiche possono infatti assomigliarsi.

Una difficoltà nelle relazioni sociali può essere presente nell'autismo, ma può comparire anche nell'ansia sociale, nelle conseguenze di esperienze traumatiche o in altre condizioni psicologiche.

Una difficoltà attentiva può essere collegata all'ADHD, ma può essere presente anche in condizioni ansiose, depressive, traumatiche, in periodi di forte stress o in presenza di problemi del sonno.

Rigidità, ritualità e comportamenti ripetitivi devono a loro volta essere compresi nella loro funzione e differenziati, quando necessario, da fenomeni appartenenti ad altri quadri clinici.

Per questo una buona valutazione non dovrebbe limitarsi a cercare le caratteristiche che confermano l'ipotesi iniziale.

Deve anche cercare attivamente elementi che potrebbero metterla in discussione e prendere in considerazione spiegazioni alternative.

Fare diagnosi non significa cercare conferme. Significa mettere alla prova un'ipotesi clinica.

Quando la diagnosi arriva in adolescenza o in età adulta

Non tutte le condizioni del neurosviluppo vengono riconosciute durante l'infanzia.

Alcune persone arrivano alla valutazione durante l'adolescenza o in età adulta, dopo una lunga storia di difficoltà, incomprensioni, adattamenti e strategie sviluppate autonomamente.

In alcuni casi le caratteristiche possono essere state poco evidenti all'esterno.

La persona può aver imparato, consapevolmente o inconsapevolmente, a compensare alcune difficoltà o ad adattare il proprio comportamento alle aspettative dell'ambiente.

Per questo, soprattutto nelle valutazioni tardive, è fondamentale non limitarsi a osservare come la persona appare nel presente, ma ricostruire attentamente la storia evolutiva.

Una diagnosi formulata in età adulta non significa che la condizione sia comparsa in età adulta.

Significa che viene riconosciuta in quel momento.

Dopo la diagnosi: cosa succede?

La diagnosi non dovrebbe rappresentare il punto di arrivo.

Dovrebbe diventare uno strumento che permette alla persona di comprendere meglio il proprio funzionamento e, quando necessario, individuare strategie, interventi e adattamenti realmente utili.

Una restituzione diagnostica non dovrebbe quindi limitarsi alla comunicazione del nome di una condizione.

È importante comprendere:

“Cosa significa questa diagnosi per questa specifica persona?”

Due persone con la stessa diagnosi possono infatti presentare caratteristiche, risorse, vulnerabilità e necessità profondamente differenti.

Dopo la valutazione può essere utile lavorare sulla comprensione del proprio profilo di funzionamento, riconoscere punti di forza e aree di maggiore vulnerabilità e individuare quali situazioni comportino un costo maggiore.

Psicoterapia e neurodivergenze

L’obiettivo della psicoterapia non è rendere una persona neurodivergente più “normale” o più neurotipica.

È aiutarla a vivere meglio, riducendo la sofferenza e costruendo strategie maggiormente compatibili con il proprio funzionamento.

A seconda delle caratteristiche e degli obiettivi della persona, il percorso psicoterapeutico può riguardare:

  • regolazione emotiva;
  • gestione dell’ansia;
  • organizzazione e pianificazione;
  • strategie per affrontare difficoltà nelle funzioni esecutive;
  • gestione del sovraccarico;
  • comprensione e gestione delle sensibilità sensoriali;
  • comunicazione;
  • relazioni interpersonali;
  • autonomia;
  • autostima;
  • riconoscimento dei propri bisogni e limiti;
  • comprensione del proprio funzionamento;
  • eventuali problematiche psicologiche o psicopatologiche associate.

Anche la psicoterapia cognitivo-comportamentale può essere adattata alle caratteristiche della persona neurodivergente.

In alcuni casi può essere utile aumentare la struttura e la prevedibilità della seduta, utilizzare una comunicazione maggiormente esplicita e concreta, ricorrere a supporti visivi, adattare esercizi e obiettivi e tenere conto delle caratteristiche sensoriali, attentive ed esecutive della persona.

Non si tratta quindi semplicemente di applicare lo stesso trattamento a tutti, ma di adattare la terapia al funzionamento della persona.

La mia esperienza clinica con le neurodivergenze

Il mio interesse per le condizioni del neurosviluppo nasce prima di tutto dall’esperienza clinica.

Dal 2015 al 2023 ho avuto la possibilità di lavorare con bambini, adolescenti e adulti, partecipando a percorsi di osservazione e valutazione delle condizioni del neurosviluppo.

Una parte fondamentale della mia formazione in questo ambito è avvenuta grazie all’incontro professionale con la Dott.ssa Ernestina Politi, psichiatra presso l’Ospedale San Raffaele Turro.

Lavorare al suo fianco mi ha permesso di affiancare alla conoscenza teorica un apprendimento clinico diretto e di comprendere concretamente quanto le condizioni del neurosviluppo possano presentarsi in maniera differente da persona a persona e nelle diverse fasi della vita.

Quell’esperienza mi ha insegnato soprattutto a osservare il funzionamento prima ancora di cercare l’etichetta diagnostica.

Osservare il modo in cui una persona comunica, entra in relazione, organizza la propria esperienza, affronta gli imprevisti, gestisce gli stimoli ambientali, utilizza le proprie risorse e costruisce strategie per adattarsi alle richieste del contesto.

Aver lavorato con bambini, adolescenti e adulti mi ha inoltre permesso di osservare quanto caratteristiche appartenenti allo stesso funzionamento possano assumere manifestazioni differenti nelle diverse fasi dello sviluppo.

È un’esperienza che continua a orientare il mio modo di lavorare.

Quando incontro una persona che si interroga sulla possibilità di essere neurodivergente, il mio obiettivo non è trovare a tutti i costi una diagnosi, né escluderla rapidamente.

È comprendere la persona.

Perché una valutazione ha realmente valore quando riesce a restituire non soltanto un eventuale nome diagnostico, ma soprattutto una maggiore comprensione del proprio funzionamento.

Riferimenti bibliografici e linee guida

American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – DSM-5-TR. Washington, DC: American Psychiatric Association Publishing.

World Health Organization. (2022). International Classification of Diseases, 11th Revision (ICD-11). Geneva: World Health Organization.

Istituto Superiore di Sanità. Linea guida sulla diagnosi e sul trattamento del disturbo dello spettro autistico negli adulti. Sistema Nazionale Linee Guida.

National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Autism spectrum disorder in adults: diagnosis and management (CG142). London: NICE.

National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Attention deficit hyperactivity disorder: diagnosis and management (NG87). London: NICE.